Oggi vorrei raccontare una storia. La storia di un sogno. Sono un profondo estimatore della società svedese: un paese, la Svezia, che fa dell’attenzione verso l’individuo il suo migliore cavallo di battaglia. Uno Stato sociale, al limite dell’esagerazione, dove nessuno viene lasciato da parte, dove non bisogna imparare l’arte dell’arrangiarsi fin da piccoli. Una nazione che premia i suoi cittadini con servizi d’eccellenza e all’avanguardia, talmente generosa che premia anche i non cittadini (basti pensare ai Premi Nobel, finanziati dalle tasse dei contribuenti svedesi), istruisce gratuitamente chiunque, stranieri inclusi, alle prese con i corsi di avviamento alla lingua svedese. Scoperta per caso a 16 anni per uno student exchange, mi ci reco ormai regolarmente da 12 anni, per recuperare le energie e respirare una ventata di società moderna.
Ho sempre fantasticato di poter lavorare per un’azienda che rispecchiasse questi valori della società svedese, finchè un giorno, dopo decine e decine di curricula inviati, ecco presentarsi IKEA alla mia porta: un sogno che si realizza. Un iniziale contratto a tempo determinato in tasca e un’ottima posizione nel reparto Marketing, con una bella previsione di crescita professionale. Accidenti, allora i sogni, perseverando, si avverano davvero!
Il posto di lavoro, un idillio. Ambienti informali, uffici arredati con la rinomata semplicità svedese, nessuna formalità di linguaggio, il LEI non esiste, è accettato solo il TU, anche con i manager dirigenti. Una mensa interna dove si mangia con pochi spiccioli, un pc collegato ad internet ad utilizzo libero dei collaboratori, una sala fumatori, una palestra, bacheche informative sui più disparati servizi dedicati al lavoratore, tornei sportivi aziendali, corsi di formazione gratuiti, addirittura una sala pincanello dedicata al relax e le indicazioni in tempo reale sull’ammontare del premio di produzione. Non ci potevo credere. Tutto quanto visto nei miei ripetuti viaggi scandinavi, ora esisteva anche a Brescia, ce l’avevo sotto gli occhi, era mio ed io ero parte di tutto questo.
In un luogo di lavoro così l’azienda potrebbe chiederti la luna, e tu cercheresti davvero il modo migliore per assecondare la richiesta. Tant’è che la mia disponibilità è stata subito massima: orari di lavoro flessibili in funzione delle giornate di grande affluenza, cambio di mansione (cassa, assistente di vendita, ecc.) al bisogno. Ma, ahimè, i sogni sono effimeri, e svaniscono nell’arco di una notte.
Forte e carico di entusiasmo, ho dato tutto me stesso in questo lavoro, ottenendo attestazioni di professionalità dagli uffici centrali IKEA e di stima dai colleghi del negozio di Brescia e dai colleghi degli altri negozi in Italia. All’iniziale contratto a tempo determinato sarebbe dovuta seguire una trasformazione a tempo indeterminato, ma quest’azione veniva ripetutamente spostata in avanti nel tempo, adducendo motivazioni di trasformazione delle gerarchie interne e dei reparti, prorogando così il tempo determinato. Fiducioso nella gestione “svedese” anche delle risorse umane, ho accettato l’interruzione del contratto al termine della proroga e la successiva riassunzione, sempre a termine, con la promessa che alla data concordata il contratto sarebbe definitivamente diventato a tempo indeterminato.
Nel frattempo ecco accadere episodi spiacevoli di richiami per eccessive pause caffè, quando in realtà la pausa era una soltanto (peraltro concordata a livello sindacale nell’orario di lavoro) e svolta utilizzando minuti a credito, in quanto ogni giorno era mia scelta cominciare l’attività lavorativa con 20 minuti di anticipo, vista la grande mole di attività da svolgere. Ma non è il solo episodio negativo che ha cominciato a far intravedere una discrepanza dal mondo svedese che conoscevo. Colleghi richiamati perchè dediti a giocare a pincanello nella loro pausa (eh si, ma quindi cosa ci sta a fare un pincanello se poi si viene richiamati quando utilizzato?), il premio di produzione non erogato ai dipendenti con contratto a tempo determinato, bonus economici a dipendenti meritevoli consegnati in gran segreto.
Sembrava proprio che il mondo idilliaco, colorato e amicale incontrato da neo assunto fosse in realtà una copertura bella e buona. I buoni propositi ereditati dalla casa madre svedese, esposti in bella mostra per la sola apparenza visiva, ma applicati con la metodologia più subdola e meschina che esista. Questo modo di agire ha un solo nome: ipocrisia.
Come se non bastasse, andavano sempre più evidenziandosi trattamenti diversi da persona a persona: personale richiamato per “eccessiva socializzazione” (messo in guardia sull’evitare un’eccessiva socializzazione con i colleghi, cosa realmente accaduta all’interno del reparto Risorse Umane) in opposizione a responsabili mai richiamati nemmeno a fronte di ore (eh si, proprio ore) passate nella sala fumatori. La parte più ipocrita di questi richiami è che venivano fatti nonostante l’azienda predicasse il lavoro “per obiettivi”: un collaboratore veniva valutato sul raggiungimento di determinati obiettivi personali e aziendali, cosa che in realtà veniva fatta solo in apparenza, perchè se così realmente fosse stato, un richiamo per il consumo di un caffè al giorno non avrebbe mai dovuto avere luogo.
Sull’onda di questa triste e deludente presa di coscienza, per l’applicazione dello stimato modello svedese in una fallimentare modalità operativa assolutamente italica, il responsabile del reparto Customer Relations, mio manager diretto, il 20 dicembre scorso, mi informa che il mio contratto a tempo determinato, in scadenza il 31 dicembre, non sarebbe stato rinnovato. Causa: il mancato raggiungimento degli obiettivi richiesti dalla mia mansione, vista anche l’incapacità ad applicarsi totalmente al ruolo richiesto, per la presenza di un altro lavoro extra IKEA che, a suo dire, mi distraeva dall’essere più propositivo (essendo stato assunto part-time da IKEA, era ovvio che avessi bisogno di un altro impiego per raggiungere un salario minimo al sostentamento…). Da notare che solo qualche mese prima il suddetto manager mi aveva consegnato la valutazione annuale, e alcuni obiettivi professionali erano addirittura sopra il grading richiesto.
Ecco dove mi trovo ora. Più smaliziato verso i sogni e pronto a ricominciare una nuova vita professionale, con il solito grande entusiasmo che ha sempre contraddistinto la mia vita. Ma con la profonda e deludente consapevolezza che all’IKEA di Brescia, di veramente svedese, sono rimaste solo le divise gialle e blu del personale e la bandiera sul pennone fuori dal negozio. Che il vento fa sventolare, tristemente.





